La riconquista aragonese del Gargano: considerazioni sull’emissione dei tornesi
Alberto D’Andrea, Massimo Sozzi Il testo esamina la complessa situazione monetaria del Regno di Napoli sotto Ferdinando I d’Aragona durante la guerra di successione contro Giovanni d’Angiò, integrando, con recenti analisi di laboratorio e contributi storiografici, l’annoso dibattito numismatico su un episodio del lungo conflitto.
Tradizionalmente si ritiene che l’argento confiscato a Monte Sant’Angelo da Ferdinando I
d’Aragona durante questi scontri fosse servito per coniare i coronati (monete d’argento di grande
modulo sostitutive dei carlini). Nel presente lavoro gli autori confutano tale ipotesi perché i
coronati richiedevano elevata cura artigianale e grandi quantità di metallo prezioso; la guerra aveva
bisogno, invece, di ingenti masse di moneta spicciola di piccolo taglio per il sostentamento
quotidiano delle truppe. Propongono, pertanto, un’altra ipotesi, ovvero che l’argento sia stato impiegato per coniare i denari (o tornesi) in mistura raffiguranti il Sovrano in majestate. Tali emissioni non nacquero con il ripristino dell’autorità regia (1462), ma erano state introdotte già nelle fasi più acute del conflitto. Per non alterare il valore legale dei nominali aurei e argentei, la Corona mantenne intatto il titolo di questi ultimi, addebitando interamente il costo del conflitto alla popolazione mediante la progressiva adulterazione della mistura nei tornesi: tra gli ultimi mesi del 1460 e il 1461 l’intrinseco nella lega di queste monete fu ridotto a 1 oncia e in seguito a 1 / 4 d’oncia
per poi subire una fortissima svalutazione e addirittura “falsificazione” nei mesi successivi; dal 1462 la presenza dell’argento nei tornesi era marginale o assente e in alcune zecche furono fatti coniare in puro rame per soddisfare il fabbisogno bellico e garantirsi la fedeltà dei centri periferici:
la produzione – originariamente accentrata a Napoli e a L’Aquila – fu concessa a numerose altre città (Barletta, Gaeta/Fondi, Cosenza, Lecce, Capua, Isernia) oltre che a nobili e mercanti. Gli esemplari coniati nelle zecche provinciali non mostrano tratti distintivi o segni di zecchiere differenti, suggerendo l’uso dei medesimi conî o matrici della zecca di Napoli. La produzione fu enorme. A Lecce, ad esempio, tra il 1461 e il 1462, una nuova lettura dei dati d’archivio (Quaterno de spese) attesta la consegna ai credenzieri di oltre 1,95 milioni di pezzi (mentre stime precedenti ipotizzavano fino a 4,33 milioni). Le fonti coeve e gli studi (Cagiati, Fabrizi, Sambon) evidenziano una frequente sovrapposizione tra il tornese (peso medio ~0,65 g, diametro 15 mm) e il denarello picciolo (peso ~0,50 g, diametro 13-14 mm), spesso scambiati indifferentemente a causa del disordine monetario e delle continue frodi sul titolo.
Terminata la guerra, i tornesi svalutati continuarono a circolare per qualche anno fino al loro
definitivo ritiro tra il 1464 e il 1465, propedeutico alla successiva riforma del 1472 con
l’introduzione del cavallo in rame.
In cerca di conferme a questa ipotesi, gli autori hanno deciso di sottoporre ad analisi 8 esemplari di tornesi, di cui riportano i dati ottenuti e la loro interpretazione, in attesa di estendere le indagini ad un numero più significativo di esemplari. Benché l’esiguità del campione analizzato non consenta di delineare criteri certi per discriminare le coniazioni della zecca napoletana da quelle dei centri periferici, le indagini archeometallurgiche hanno rivelato elementi di notevole interesse.
Innanzitutto hanno confermato, come era da aspettarsi, la forte disomogeneità composizionale delle monete analizzate. Solo in tre esemplari sono state riscontrate tracce d’oro () associate a percentuali significative d’argento (), gli altri sono costituiti, pressoché interamente, da rame (Cu); in un solo esemplare è stata individuata la presenza di selenio (Se). Ciò testimonia la provenienza delle monete analizzate da zecche diverse e/o dalla stessa zecca in momenti diversi. Se da un lato la presenza dell’argento attesta il formale rispetto del titolo della lega fusa, la rilevazione dell’oro avrebbe potuto assumere un significato storico di prim’ordine, offrendo preziosi indizi sulla genesi
del metallo impiegato: premesso che l’argento e l’oro nelle monete in mistura provengono
solitamente da fusione dei minerali provenienti da miniera (si vedano i tenori in Ag e Au delle monete battute dalla zecca di Massa di Maremma) ma anche dalla rifusione di oggetti metallici in argento, gli autori avevano ipotizzato che localmente Ferdinando I avesse recuperato l’argento per i suoi tornesi dalla fusione di una statua d’argento proveniente dal tesoro di San Michele Arcangelo durante l’assedio di Monte Sant’Angelo. La storiografia riporta che questa scultura presentava una raffinata doratura a foglia. Nelle concitate fasi della fusione bellica, la rimozione di tale pellicola s’impose come un’operazione tecnicamente ardua – se non del tutto inattuabile, visto lo spessore
infinitesimale dell’oro – spingendo le maestranze a un’unica colata in cui il metallo della scultura fu fuso direttamente con il rame. Come vedremo, i risultati ottenuti hanno mostrato che la sola presenza dell’oro non è sufficiente a soddisfare l’ipotesi proposta.
€ 25
72 pagine a colori, formato foglio A4

